Bon Jovi a Udine, ipnosi collettiva per 40mila
Tre ore di rock per raccontare quasi trent’anni di carriera. Si celebreranno nel 2013. I Bon Jovi mancavano in Italia dal 2004, dove suonarono all’Heineken Jammin Festival, ma per un concerto vero bisogna risalire al 2001, a Padova: in quell’occasione furono 20mila i fan presenti. A Udine sono raddoppiati, alla faccia della crisi. E ieri sera, 17 luglio 2011, a riabbracciarli sono accorsi in 40mila. Fin dalle prime ore del pomeriggio, sfidando afa e minacciose nuvole (che poco prima delle ore 22 hanno iniziato a versare sulla gente lacrime di gioia, lacrime rock) hanno occupato la stadio Friuli. Tanti italiani ma anche molti fan da Austria, circa 7mila, Slovenia, 5mila, e paesi dell’Est, 4mila. C’è anche chi ha fatto tanti, ma tanti chilometri per ascoltare Jon Bon Jovi, Richie Sambora e David Bryan: una delegazione è giunta in Friuli dai paesi baschi, altre da Stati Uniti e Canada. Ormai da anni il Friuli Venezia Giulia, investe e con risultati sempre migliori, sulla musica: il turismo ama il rock, il pop, ama le sette note comunque siano vestite e in questo angolo di Nordest lo hanno capito.
Protagonista del concerto, organizzato dalla Barley Arts di Claudio Trotta, è l’album “The circle” del 2009. Il palco è un semicerchio con una gigante megaschermo e due più piccoli laterali. Poi, davanti, c’è un anello che li porta nel cuore della folla, dove si danno appuntamento per un momento acustico, per eseguire qualcuna di quelle power balla che ne hanno fatto un mito.
Ma anche quando la chitarra ha il sopravvento, l’energia non si placa: i 40mila ballano e saltano a ritmo solo un po’ più lento. A un certo punto tutti si alzano in piedi e con un gioco di cartelli colorati sulle tribune compare la scritta Jon Bon Jovi. Mentre sul prato compaiono due anelli di bandiere tricolori.
Puntuali come le vere rockstar alle 21 in punto hanno iniziato con “Raise your hands” seguita da un grintosa “Bad name”. Le chitarre friggono. Fasci di luce chiara illuminano i loro passi come fossero su un set cinematografico. Niente è lasciato al caso, tranne la musica che per fortuna prende la mano! Momenti di commozione accompagnano “We weren’t born to follow” che loro fecero per la prima volta nel 2009 a Berlino nel super concerto alla Porta di Brandeburgo che celebrava i vent’anni della caduta del Muro.
Il primo colpo di scena è con “Pretty woman”. E chissenefrega se piove. Arrivano in sequenza “We got it going” e “Bad Medicine”, davvero travolgente. Poi c’è un attimo di dolcezza che si chiama “Bed of Roses”: e c’è da giurarci che sono alcune migliaia le ragazze al Friulli che vorrebbero essere con loro su un letto di rose. Spine comprese. Eccolo finalmente Jon vicino al suo pubblico, sulla punta dell’anello, lui la gemma più preziosa. Le orse volano davvero verso di lui, e in quesa notte di piggia sono comunque delle comete. Lui si inginocchia a un pubblico cos’ devoto, accarezza una ragazza e le dà un bacio. Poi vuole al suo fianco, oltre a Giove Pluvio, Richie Sambora per “I’ll be there for you”.
Il finale è lungo e dolce: sono tre i bis che regalano al Friuli. Si parte con “Keep the faith” e poi “In these arms” e si chiude con “Livin’ on a prayer”. Loro si portano sul proscenio, si abbracciano e si inchinano. La loro spada ancora una volta ha trafitto il cuore dei fan. Quanto ci siete mancati, ragazzi.

